Più di un diario di viaggio, questo racconto emozionante a cura di Elia Origoni parla di oltre quattro mesi in cammino sulle montagne

Zaino pesante, scarpone ben stretto, io e le Alpi. Non c’è fretta, il tempo è il dono più bello della natura, con il sole e le stagioni che compiono il loro ciclo.

Le tappe intermedie ancora non le ho decise, conosco solamente i punti di partenza e di arrivo.

In molti mi hanno chiesto perchè proprio da Vienna a Genova, la risposta è semplice: perché segnano i confini dell’Arco Alpino, di quella catena che attraverserò da Est a Ovest.

Tanti sono i motivi che mi spingono alla partenza. L’amore per la montagna, la voglia di viverla senza fretta e al cento per cento, giorno e notte, con brutto e cattivo tempo. Poi c’è la voglia di esplorare e scoprire posti nuovi. In montagna ci sono andato fin da piccolo, ma pensare di attraversare interamente le Alpi, scoprire come cambiano passo dopo passo, valle dopo valle da un estremo all’altro l’ho sempre immaginata come un’esperienza unica. Pensare inoltre di conoscere usi, costumi e cibi diversi di tutte le valli che sfiorerò con i miei passi è una cosa che mi attira moltissimo.

La cosa che più di tutte mi spinge a partire è quella di abbandonare la vita frenetica e tecnologica, che ormai attraversa incessantemente la mia quotidianità, per potermi così dedicare totalmente al camminare. Muoversi a passo lento sui sentieri alpini, tornando ad una vita semplice, ridotta al minimo, all’essenziale. Uno zaino, con dentro l’occorrente per vivere e sopravvivere oltre quattro mesi in cammino sulle montagne. Compagni di viaggio improvvisati, poche parole ma vere.

Anche se in montagna ci sei sempre andato, la prima volta che ti cimenti in un’impresa nuova è come ripartire da zero. Lo zaino che ho sempre usato non è adatto ad un’avventura di questo tipo. La tenda è sicuramente troppo pesante. Per cucinare, ho i miei dubbi che troverò le bombolette di gas nelle valli che attraverserò. Gli scarponi saranno sicuramente da cambiare. E infine la corrente elettrica: anche se poca, è indispensabile in caso di emergenza, per poter avere la luce la sera, fare un po’ di foto e poter raccontare on-line l’avventura giorno per giorno.

La mia passione – un po’ maniacale, lo ammetto – per i materiali tecnici non se l’è fatto ripetere due volte, e in poco avevo già una serie di tabelle per valutare le diverse ipotesi di attrezzature, in base a pesi, costi e prestazioni. Contatto un po’ di aziende, negozi. Spargo la voce in giro tra amici e conoscenti. Fortunatamente trovo qualcuno disposto a credere in me, nel mio progetto. Uno zaino qui, una tenda là, e fortunatamente riesco a mettere insieme tutto ciò che mi serve.

Mi occorre un intero anno per prepararmi. Poi gli ultimi dettagli, la consegna della tesi a fine maggio e infine il treno per Vienna: è il 10 giugno 2015.

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Dormo tutto il viaggio, tenendo stretto lo zaino e mi sveglio solo a destinazione: Vienna, ore 8 di mattina. Scendo dal treno, mi sento spaesato. Mesi e mesi a pensare, progettare, cercare sponsor. Poi ti trovi allo start e non sai cosa fare, dove andare, come muoverti.

Prendo in mano il GPS, e mi rendo conto solo ora dell’errore più grosso che ho fatto: quando mai ho pensato di affidarmi totalmente a quell’oggetto? Certo il GPS potrà anche essere precisissimo nel dirti dove sei ma non ti fa vedere poco più in là del tuo naso.

Esco dalla stazione con tre priorità. Devo trovare una sim telefonica austriaca, una cartina escursionistica e, fondamentale, una colazione: chissà quando rivedrò un bar!

In poco tempo recupero la scheda telefonica e trovo una libreria cartografica enorme.

Mentre mi gusto l’ultimo cappuccio con brioche e analizzo la cartina, cercando il modo di uscire da Vienna, mi contatta un ragazzo venuto a conoscenza del mio progetto. Ci incontriamo. Con sorpresa scopro che è appassionato di montagna e conosce bene quei luoghi. Chiacchierando mi accompagna fuori dalla città, all’attacco della prima traccia di sentiero.

Le giornate passano veloci, con pioggia quasi tutte le sere ma tanto sole di giorno.

Tutto stupendo fino a quando, dopo poco più di una settimana di cammino, uno stiramento muscolare alla gamba destra mi obbliga a rallentare il passo e fermarmi. Sono sperduto in mezzo alle montagne austriache e chissà a quante giornate di cammino si trova l’ospedale più vicino per potermi far visitare. Ma la paura più grossa è quella di dover tornare a casa a così poco tempo dalla partenza. Cerco di non abbattermi pensando a mille modi alternativi per proseguire, per portare a termine comunque il viaggio prefissato.

La fortuna però arriva quando meno te l’aspetti. Incontro un ragazzo che sta scendendo a valle, si incuriosisce della mia situazione. Mi dice di aspettarlo, che ha la soluzione per me. Dopo qualche ora, lo vedo che ritorna, zaino pieno, mi invita a seguirlo. Lentamente mi carico lo zaino pesante in spalla. Aiutandomi con i bastoncini, lo seguo lungo il sentiero, trascinandomi la gamba dietro. Mi ritrovo così ad essere ospitato da Thomas nel suo rifugio, nelle montagne dell’Hochschwab.

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Quasi tre settimane di riposo, servendo ai tavoli, aiutando in cucina e concedendomi qualche passeggiata per verificare i miglioramenti della gamba.

Stupendi ricordi di quel posto, che mi hanno fatto rivalutare anche molte idee che avevo sui rifugi e sul vivere la montagna.

Sento la gamba guarire poco alla volta, e la voglia di ripartire farsi sempre più forte, fino al giorno in cui, abbracciati Thomas e Julia, calzo gli scarponi, zaino in spalla e via, nuovamente a camminare per le montagne.

Giornate intere passano senza incontrare nessuno, altre trascorrono in compagnia di amici conosciuti sui sentieri o di venuti a trovarmi da lontano. Giorni di pioggia e temporale da sperare di arrivare a sera con almeno il sacco a pelo asciutto, altri di sole cocente che picchia sulla testa. Mi ritrovo a centellinare l’acqua per arrivare a sera. Ma a spingermi, anche nei momenti più difficili, è la felicità di sentirsi a contatto con la natura, totalmente parte di essa e poterla vivere al massimo.

Una cosa però non la scorderò mai. L’accoglienza delle persone, da un capo all’altro delle Alpi sempre presente.

Una birra con dei ragazzi incontrati o con il gestore del rifugio, ci si conosce, si racconta l’avventura, si ride, si scherza. E capita a volte che ti trovi senza volerlo a cena con loro, mi offrono anche la possibilità di dormire dentro, al caldo, su di un materasso. I rifugisti quanto i panettieri di paese che si incuriosiscono e ti ospitano a dormire. Posso contare più di una ventina di notti che, grazie alla gentilezza delle persone, ho potuto passare in un posto più comodo della mia piccola tenda.

Le giornate passano rapide, i chilometri sotto gli scarponi si fanno leggeri. Consumo cartine su cartine, i pensieri nella testa sono pochi, non mi pesa camminare, non mi pesa stare solo tutto questo tempo.

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Il primo agosto varco il confine austriaco, accompagnato da Sebastian, cuoco di una compagnia circense in viaggio verso Brunico. Con lui porto l’arte della giocoleria al cospetto delle Tre Cime di Lavaredo, una giornata indimenticabile.

Dopo qualche giornata in Veneto, passo il resto di agosto nelle alti valli lombarde: l’alta Valtellina, sconfinando anche qualche giorno nella vicina Svizzera. Poi settembre, dove finisco immerso nella Val Formazza, poi l’Ossola con il Parco Naturale del Veglia e Devero, sbucando poi nella Valle d’Aosta, che mi delizia con le sue Alte Vie.

 

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Dal contare i giorni di cammino, passo al contare le settimane, poi i mesi. Le giornate si accorciano, la sera inizia a fare fresco. È curioso vedere come il colore degli alberi cambia con la quota. In mattinata cammini in valle con tutto verde intorno, man mano che mi alzo di quota misuro dove è già arrivato l’autunno. Ogni giorno si spinge qualche metro più in basso. Fino al giorno in cui, nelle Valli di Lanzo Piemontesi, mi sveglio la mattina, in un bivacco trovato a fortuna in mezzo alla nebbia, e scopro tutto imbiancato attorno a me. L’inverno, con un po’ di anticipo è qui! L’emozione della prima neve. Ricordo i miei sorrisi che, fin da bambino, avevo stampato in faccia guardando scendere i fiocchi dal cielo, quell’emozione che anche quel giorno, nel bivacco Gandolfo è iniziata a scorrere in me. Dopo lunghi minuti passati ad osservare tutto quel candore, la razionalità riprende il controllo: devo abbandonare i sentieri di alta quota. I passi in alta valle sono ormai bloccati dalla neve e l’attrezzatura che ho con me non mi permette di affrontare una situazione come questa. Posso solo sperare in un aumento delle temperature, ma dubito fortemente possa verificarsi.

Devo staccarmi dalla GTA (la Grande Traversata delle Alpi Piemontesi). Ridisegno il percorso dei giorni futuri, devo abbassarmi di quota. I sentieri si fanno meno ripidi, molto più spesso incontro mulattiere e antiche strade in pietra, che raccontano le storie di quando l’uomo abitava stabilmente in montagna. Molti più boschi di latifoglie, che sono ancora immersi nei colori dell’autunno.

Per colpa della neve, che continua a cadere, sono costretto vedere il Monviso da lontano, a differenza dei grandi 4000 di cui sono riuscito a toccarne le pendici.

Per più di una settimana il cielo non migliora. Spingo veloce i passi sui sentieri. Nella mia testa l’obiettivo ora è Limone Piemonte, il Col di Tenda. Da lì in avanti dovrei lasciarmi alle spalle quote elevate e la possibilità di nevicate improvvise.

Ci vogliono una decina di giorni, ma alla fine raggiungo il Col di Tenda, e con lui la Francia. Una giornata in terra francese lungo la via del Sale, per poi collegarmi all’Alta Via dei Monti Liguri.

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La fine del viaggio, dell’avventura, è ormai vicina. Le giornate sono quasi tutte avvolte da una bassa nebbia, che crea un’atmosfera quasi magica nelle immense faggete che mi trovo ad attraversare. Momenti di leggera pioggerella si alternano a qualche raggio di sole che timidamente prova a bucare le basse nuvole. Ormai cammino quasi solo la mattina, i dislivelli sono ridotti e le gambe allenate. In poche ore copro molti chilometri, posso dedicarmi di più a quello che quest’avventura mi ha regalato, a riordinare un po’ i pensieri.

Ho prefissato il mio arrivo a Genova per il 23 Ottobre. Per scendere al mare voglio seguire il Sentiero dei Forti. Una cresta che si distacca dai Monti Liguri, dominata da una lunga serie di castelli e torri, che vegliavano su Genova nell’epoca della fiorente Repubblica Marinara.

Arrivo per sera al Forte Diamante. Trascorro il momento della cena godendomi la vista mozzafiato su Genova, e poi a letto, sperando di dormire, vista la carica dell’ultima notte! 23 Ottobre. La sveglia è all’alba, il sole sorge alle spalle, illuminando lentamente il golfo genovese. I Forti, distribuiti lungo la cresta, si risvegliano pian piano. Preparo per l’ultima volta lo zaino, piego la tenda che, per quattro mesi e mezzo, mi sono portato appresso, come casa, riparo, posto sicuro. Mi carico lo zaino in spalla e mi incammino lungo l’ultimo sentiero di questa fantastica avventura che sta volgendo al termine. Uno dopo l’altro, mi lascio alle spalle il Forte Diamante, il Forte Fratello Minore, il Forte Puin, il Forte Sperone e il Forte Castellaccio. Tantissimi pensieri riempiono la mia mente. Un viaggio che finisce, il ritorno alla “civiltà”, dalla quale mi sono discostato per oltre quattro mesi, prediligendo sentieri e montagne, la natura e le notti sotto alle stelle. Gli scarponi iniziano a calpestare asfalto… non erano più abituati. Lassù, qualche chilometro prima, l’Appennino continuerebbe verso sud, la spina dorsale dell’Italia. Fantasticherie su come sarebbe bello proseguire, lasciare i piedi liberi di camminare su sentieri poco battuti. In quel momento, però, bisogna fermarsi, e placare la voglia di andare oltre. Il chiasso delle persone mi riporta improvvisamente alla realtà. Non ero più abituato al rumore che la gente riesce a generare, semplicemente parlando, camminando, socializzando.

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Per me gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dal rumore delle foglie, dalla pioggia battente e del vento. Mi sono mosso quasi spaesato tra i vicoli di Genova concedendomi una colazione con caffè e due pezzi di focaccia. A quel punto mi dirigo al Porto Antico. Trovando una panchina libera, poso lo zaino, mi siedo. Davanti a me solo acqua, il mare. Il vuoto. Mare e montagna, la natura agli opposti, che però, con il silenzio e la tranquillità che riescono a trasmetterti, sono più simili di quanto sembra. prendo dallo zaino il localizzatore GPS che per quattro mesi ha registrato la mia posizione e premo il bottone che segnala: “Sono qui, sono arrivato, il viaggio è terminato.” Sono riuscito a prendermi ancora un’oretta di tempo per me, poi è stata festa. Parenti e amici erano già lì, nel capoluogo ligure, pronti ad accogliermi e festeggiare. Striscioni, bottiglie di prosecco e musica.

È stato emozionante rivedere dopo tanto tempo le persone care che a distanza mi hanno seguito, supportato, aiutato, hanno fatto fatica pensarmi distante in questi mesi. Abbiamo festeggiato, pranzato. Dopo mesi a camminare coprendo circa 20km al giorno, in poco più di due ore ho percorso 200km. Sono arrivato a casa, a Varese, tra le mie montagne, quelle che mi hanno insegnato a sognare e che sicuramente non smetteranno ora di farmi immaginare e progettare nuove avventure circondato da vette, valli, torrenti e boschi.

Questa pazza avventura scaturita dalla mia testa, è stata resa possibile grazie a: Mello’s Abbigliamento Tecnico Sportivo, negozio Freesport Labs di Varese, negozio Gialdini Outdoor Equipment di Brescia, bar ristorante La Vecchia Varese, gelateria Fedò di Vedano O., Tregoo Everywere Energy, Grivel, Ghizza Creations, Via Alpina Discover the Alps e tutti quelli che hanno creduto in me ospitandomi a casa loro, offrendomi una cena, dandomi consigli.

 

Alcuni dati

2540 i chilometri totali

112 giorni di cammino

135 Giorni totali

140310m di dislivello positivo

140293m di dislivello negativo

3343m il punto più alto toccato, con la vetta della Marmolada

2650m la notte passata più in alto

35 le notti ospitato dalla gente

23 le notti passate in rifugio ospitato da Thomas perchè infortunato (Voisthaler Hutte)

18 i giorni accompagnato da qualcuno

2 paia di scarponi consumati

42 le cartine utilizzate

 

La mia attrezzatura

Zaino Millet UBIC 65+10

Sacco a pelo Millet Alpine LTK 800

Tenda Camp Minima 1 SL

Scarponi La Sportiva Trango Guide e Trango Alp Evo

Fornello ad alcol Trangia 27

Pantalone leggero Mello’s Sella

Pantalone pesante Mello’s Ripid Plus

Magliette traspiranti Mello’s

Pile Mello’s Rigais

Giacca Mello’s Full Ripid

Guscio Mello’s Fast

Occhiali Cebè ICE 8000

Pannelli e accumulatori solari Tregoo 10-50 Extreme

Pila frontale Petzl RXP+

GPS Garmin GPSMap64

Localizzatore Spot Gen3

Bastonicini BlackDiamond

borracce e camelbag Platypus

Pronto soccorso, cavetti, coltello multiuso e varie…”

Articolo a cura di Elia Origoni pubblicato su Outdoortest.it il 30/04/2020


Maggiori informazioni su

Soloalpsproject.com

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